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Le pubblicità degli anni ’90, mia intervista per UPA Graffiti

17 settembre 2015 Comunicazione integrata, Multicanalità, Video

Con molto piacere ho colto l’invito di fare un video introduttivo nell’ambito del progetto UPA Graffiti: ho scelto la playlist “Anni ‘90”.
Gli anni ’90 hanno rappresentato il momento del mio passaggio dall’adolescenza all’età adulta e la pubblicità era parte costante della nostra vita e della nostra crescita.

Mi ero scritto il discorso per prepararmi, pensando anche quasi di leggerlo in toto, ma ormai mi sono reso conto che so recitare solo a soggetto e vado in crisi nera a recitare su canovaccio anche da me scritto.
Qui il video

Qui sotto vi riporto il testo che mi ero scritto, in quanto molte cose non le ho dette.

Quegli anni rappresentarono l’inizio di cambiamenti a livello geo-politico, a valle della caduta del muro di Berlino , la disgregazione dell’Unione Sovietica, la Guerra del Golfo nonché l’inizio della visione della tecnologia come propulsore al cambiamento e al miglioramento della società.
Iniziò un cambiamento nello scenario dei media, con i primi telegiornali sulle reti Mediaset, e lo slancio verso la liberalizzazione delle reti telefoniche con i primissimi telefoni cellulari con l’inizio della consapevolezza di entrare in una nuova era quasi mitologica degli anni 2000.
A livello pubblicitario ricordo alcuni spot che sono diventati icone sia per la creatività legate all’esagerazione e all’imprevisto (Vigorsol con il vincitore alla lotteria che viene immediatamente travolto da un’auto caduta dal cielo) o personaggi rimasti nel nostro immaginario come icone pop (come Ambrogio dei Ferrero Rocher, Gigi della Cremeria, la giapponesina Kaori di Philadelphia etc.).
Ricordo messaggi volti all’ottimismo ma anche a contesti surreali nonché la persistenza di slogan di impatto che hanno connotato il percepito ed il vissuto delle marche (“la vita è dura, prendila morbida”, ) o veri tormentoni come “il mi ami ma quanto mi ami” o “una telefonata tallunga la vita” della SIP o il “two gusti is megl che one” della Maxibon in un improbabile tacchinaggio dell’archetipo del bagnino romagnolo alle turiste straniere con un inglese maccheronico che ci iniziava a connotare.
Il tema stesso dell’abbordaggio nonché di immagini femminili ha connotato quegli anni con la comparsa in maniera più forte più del “lato B”, non che prima non fosse mai apparso, come nel famoso spot di Roberta che lanciò il fondoschiena della Hunziker.
Non solo presenza femminile ma anche l’inizio dell’emancipazione con chiara evidenza di un ruolo più esplicito della donna anche nei desideri sessuali, dai canoisti della Skipper, all’uomo della Coca Cola Ligh tal ritmo di “I Just Wanna Make Love to You”
Infine ricordo l’inizio della paura dell’AIDS con le prime pubblicità sui profilattici, con il famoso professore del “di chi è questo?”.

Insomma questi spot mi hanno ricordato il forte ruolo sociale della pubblicità sia nella costruzione di storie di marca che sono diventate parte integrante della nostra vita sia di propulsore all’innovazione e alla speranza, temi che forse potrebbero essere ripresi nella comunicazione odierna, ovviamente in logica multicanale, per ritornare a farci sognare e pensare che anche a Venezia ci possono essere i campi di grano, come Barilla ci aveva fatto immaginare e anche ora che grazie alle tecnologie ormai molti facciamo i “turisti fai da te”, un po’ ci manca quell’ancoraggio a marche forti e punti di riferimento che riempiano alcuni nostri vuoti esistenziali…

Andrea Boaretto

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