John Ruskin, uno dei personaggi che ha più influenzato il gusto dell’Inghilterra vittoriana ha espresso, già ben più di un secolo fa, un aforisma che ha il sapore della regoletta: “Non c’è praticamente niente al mondo che qualche individuo non possa fare un po’ peggio e vendere a un prezzo un po’ più basso”.
I recenti casi di prodotti contraffati, sofisticati o apertamente dannosi messi sul mercato a prezzi spesso molto convenienti e con caratteristiche simili ai prodotti di maggiore qualità rendono le parole di Ruskin quasi profetiche. Lungo la filiera, la ricerca del prezzo più basso innesta anche un vortice dove la qualità intrinsceca del prodotto può essere sacrificata a favore di investimenti in comunicazione sul mercato finale o denaro per gli azionisti (scomodiamo Naomi Klein?). La non trasparenza del processo di fornitura e della struttura dei costi e la fiducia nelle marche copre, in molti casi, questo scenario. In questo senso, una recente risposta a una lettera sul Corriere della Sera di Sergio Romano apre nuove prospettive: chi acquista e indossa la marca che ha acquistato è come un lacchè (sic) che indossa la livrea del suo padrone (e in più l’ha pagata). Se mettiamo insieme Ruskin e Romano (facile perchè cominciano tutti e due con la r) possiamo ottenere una bella regoletta per il marketing contemporaneo: “non ne posso più di outlet, saldi e promozioni per portare in giro il tuo nome su prodotti sempre più omologati e uguali, voglio il mio nome sul prodotto e lo voglio fatto in modo che si veda quanto vale”. Il piccolo successo di formule artigianali che tramite la rete diffondono prodotti con caratteristiche uniche (www.manufactum.co.uk, a cui devo anche la citazione di Ruskin) o il ritorno di produzioni su misura nell’abbigliamento così come nelle calzature sembrano rovesciare la regola di Ruskin: la sfida è quella di fare tutto questo mantenendo un prezzo accessibile, forse a scapito degli investimenti in mass advertising o dei dividendi?
Fabrizio Maria Pini
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3 commenti
Buonasera.
Mi permetto di aggiungere una info e una riflessione ulteriore:
1- la info: di notizie sulle edizioni limitate ne trovo ora un po’ dappertutto; oggi c’è sul Mondo, ad es., un box dal titolo “Profumi numerati, estremi. E soprattutto a molti zeri.” Comunque, poichè a NY sono sempre in anticipo, vi dico anche che una decina circa di anni fa, quando ci sono stata per un paio di mesi, una amica newyorkese – già allora – era esterefatta che io comprassi creme per il viso in Profumeria: “tutte loro” se la facevano fare “su misura” per la propria pelle. A costi adeguati, of course.
2- a mio parere, c’è un problema di omologazione anche visiva oltre che concettuale nella massificazione. Che non è solo dell’abbigliamento in sé. Io che sono grande ricordo perfettamente come fosse il mondo prima che tutti i centri storici delle città avessero tutti le medesime insegne. Quando ero studentessa, p.es., si andava nelle varie città d’Italia non solo per vedere mostre o monumenti, ma anche per fare shopping. Che era differenziato. Io ho preso il treno per Milano non solo per vedere qualche spettacolo – indimenticabile – di Strelher ma anche per “scoprire” Fulgenzi e Fiorucci. Si andava a Treviso per alcune cose a Roma per le scarpe; ho visto il primo negozio di Benetton a Padova “dove si poteva toccare le magliette”. Così come mia nonna andava per i cappellini a Vienna e mia cugina a Venezia per Roberta di Camerino. Sono andata, sì, a Londra, d’estate, per tentare di studiare l’inglese, ma ovviamente sotto sotto c’era la curiosità di vedere come fosse la moda di Carnaby Street. (Fra parentesi, bello choc! io arrivai vestita con il kilt da brava bambina!) A Parigi o in Spagna o ad Atene, sino a pochi anni fa, non si mancava di fare un salto da Zara, finché non è arrivata in Italia.
Tutto questo per dire che abbiamo stra-guadagnato in comodità – tutti abbiamo – magnificamente! – tutto a portata di mano e se non c’è fisico lo abbiamo in internet che ora ci arriva anche Emporio Armani – ma abbiamo perso in “esperienza”.
Abbiamo perso in “divertimento”,”sorpresa”,”scoperta”.
Anche a livello visivo, che oggi è tanto importante.
E nella moda è assolutamente fondamentale. Pardon, nella vita!
Per forza andavano/vanno cercate altre strade. Per ritrovare il “gusto” e il “piacere” dello shopping. Divertitemi, please! Stupitemi, please. Che io abbia nel portafogli 50 euro o 50mio.
Saluti,
Fiora Palazzini
ps per essere in tema con Marketing Reloaded: il sarto sta al pret-a-porter come il blog sta a internet? Non è solo il web 2.0 o 3.0. E’ la nostra vita tutta che deve diventare 2.0. A mio parere.
Secondo me è comunque un fenomeno di moda con la stessa valenza sia la necessità di appartenere ad un gruppo sociale/tribù/similari tramite abbigliamento ed accessori di marche specifiche, sia la scelta di indossare capi su misura o unici.
Entrambe le scelte non sono dettate dala necessità primaria del coprirsi e della funzionalità dei capi, ma comunque alla necessità di apparire facendo una scelta specifica…perchè va di moda ed il tuo gruppo di riferimenti lo fa.
Certo, l’omologazione tramite la personalizzazione è più difficile da individuare, ma lo è meno da dichiarare e la totale assenza di marchi può essa stessa diventare una omologazione.
E’ sempre e comunque la moda (ed i trend setter) a muovere le scelte nell’abbigliamento A differenza di tanti, io non ci trovo nulla di immorale od insensato, ma solo la risposta al bisogno di appartenenza (N. Hill insegna).
Più difficile pensare che sarà ad un prezzo accessibile…non è mai successo che di moda andasse spendere poco…;)
Buoasera a tutti.
A mio parere oggi c’è anche il fenomeno più o meno emergente delle edizioni limitate, che va seguito con attenzione. Parlo, ad es., di alcune borse di Vuitton, che diventano oggetti del desiderio praticamente irraggiungibili, e che aumentano il valore di marca.
Stavo pensando a questo, quando ho letto il vostro nuovo, interessante post, e poi ecco che, nella mia conseuta scorribanda internetttiana, vado a dare un occhio al Blog di Italia Indipendent, di Lapo Elkann, e vedo un post proprio sulla loro partecipazione al Limited Edition di New York, eccetera eccetera, all’estetica del pezzo unico…
Tema importante, questo sollevato.
Ma è il marketing che si deve dar da fare!
Fiora Palazzini