Aaaaaaaamanda è liiiberaaaaaa, ovvero dei motivi perché forse Pippo Baudo è reloaded

lucio 25 febbraio 2011 Multicanalità

Non sono un postatore seriale, e si sarà capito. Semplicemente, ogni tanto non mi esimo dal commentare fenomeni che ritengo interessanti. L’ultima volta è stato sull’abbandono degli animali, oggi è sul Festival di Sanremo.
Prima questione, visto chi ci ospita. Sanremo è reloaded? Boh, se devo dire la verità non ho neppure ben capito se in generale è reloaded un fenomeno o la sua interpretazione. Direi la seconda più della prima (da ermeneuta, potrei addirittura concludere che la prima alternativa non esiste), e in senso generale Sanremo è probabilmente quanto di più refrattario all’innovazione si possa immaginare (tutti a incensare Luca e Paolo per la loro causticità, ma vent’anni fa al loro posto c’erano Grillo e Benigni).
Per questo, uno si aspetta che a) le canzoni profferte siano “vecchie”, b) vinca la tradizione o al massimo la televisività (ovvero l’abitudine del pubblico a vedere il cantante in TV), c) non resti traccia di Sanremo dal giorno successivo alla chiusura perché il mondo che conta non è nazionalpopolare e ha ben altri interessi. Cerchiamo di capire, leggendo la classifica, se queste assunzioni siano fondate o meno, partendo da un dato di fatto: Sanremo è seguito più o meno da un italiano su quattro, tolti coloro i quali non hanno un’età troppo tenera o una condizione non coerente con la fruizione di contenuti televisivi; per questo è uno spaccato del Paese molto più reale di tanti altri.
Vince il prof. Vecchioni, trionfatore con un brano impegnato (oddio, fossi Leonard Cohen, Federico Fiumani o Nick Cave – giusto per citarne tre – non mi preoccuperei di vedere oscurata la mia condizione di poeta della canzone da “Chiamami ancora amore”, ma in fondo all’autore di “Luci a San Siro” voglio bene). Ci sta, la vittoria di Vecchioni. In fondo ogni tanto agli italiani piace sentirsi acculturati (ricordo la vittoria della Piccola Orchestra Avion Travel) e soprattutto caritatevoli (fulgidi gli esempi della Miss Italia di colore dopo il caso di pseudo-razzismo in giuria e del secondo posto di Pupo e del Principedinonsochecosa); gli antieroi, gli underdog, gli sfigati hanno sempre un fascino nel popolo che ha visto in Calimero uno dei personaggi più riusciti degli ultimi decenni.
Secondi Emma e i Modà. Dei Modà ho ascoltato 2 brani in vita mia, e uno non mi dispiaceva. Certo l’esposizione mediatica di cui godono è resa possibile da un’etichetta particolarmente forte a livello radiofonico (eufemismo). Emma, invece, non ho idea di chi sia. Mi dicono sia uscita da Amici (colgo l’occasione per ringraziare ufficialmente un tesista che nei ringraziamenti della sua tesi ha vergato il capolavoro “Ringrazio Maria De Filippi per avermi insegnato la differenza tra il bene e il male”), che sia una ragazza impegnata (vedi intervista ad Annozero) e che piaccia molto ai giovani. La loro canzone, tuttavia, mi conferma la sensazione che la musica ggggiovane italiana assomigli sempre più a quella di Adamo e Tony Dallara: “Arriverà” avrebbe potuto arrivare seconda i tutti i Sanremo dal 1968 a oggi, probabilmente. Uniche variazioni necessarie, le chitarre sature e la pausa a metà ritornello che sa tanto di Negramaro.
Terzo, l’eterno Al Bano. Una via di mezzo tra l’inno dell’URSS e Go West dei Village People (definizione di un mio amico), un testo da far accapponare la pelle per vetustà e una voce che pare di sentire l’odor di naftalina uscire dalla radio. Ora, l’inno dell’URSS è talmente bello musicalmente che Eltsin fu costretto a piegarsi alle pressioni di un popolo che, pur non sentendo la mancanza del regime comunista e dei suoi simboli, chiedeva la sua reintroduzione dopo che i fatti del 1991 avevano portato alla sua prematura archiviazione. Però, in termini tecnici, la canzone nun se po’ sentì. E’ talmente vecchia che Nilla Pizzi in confronto sembra Moby e Gino Latilla i Nomeansno (e se non sapete chi siano Moby e i Nomeansno, vi meritate Al Bano). Eppure questo reperto degli anni Cinquanta arriva terzo a un televoto nel 2011, in un periodo storico in cui oltre un italiano su sei, a quanto ci racconta l’Osservatorio Multicanalità, ha accesso a vari canali di informazione ed è ampiamente aduso a svolgere una o più delle seguenti azioni: accedere a iTunes, ascoltare musica da YouTube, essere connesso con un mondo di notizie e aggiornamenti in tempo reale, ecc.
Come interpretare questa classifica? Ipotesi storicamente accettata: televotano i più attempati e i più giovani, quelli meno Open Minded, i più televisivi e quindi meno multicanale (discreto ossimoro, nel senso che rispondere via telefono a uno stimolo televisivo a mio avviso è perlomeno una sospetta multicanalità). Ovvio che scelgano Al Bano e Vecchioni (130 anni in due, a essere buoni) e una canzonetta cantata sì da baldi giovani, ma dalle sonorità anni Sessanta. I suddetti giovani, poi, sono i più votati dai loro coetanei, minori in numero, ma maggiori in attivismo.
Personalmente, non mi convince. In fondo l’anno scorso e due anni fa hanno vinto due creature imberbi della De Filippi, e quindi direi che il voto pubescente, che fino all’anno scorso sembrava imperversare, ora è perlomeno subalterno. E, fatto ancora meno da sottovalutare, non so se avete notato anche voi che, all’indomani della vittoria, Facebook è diventato un florilegio di citazioni di canzoni di Vecchioni (dagli anni Settanta a oggi) su qualunque cosa, dai progetti di sviluppo del Paese alla crisi nordafricana, dalle partite dell’Inter a quella tizia conosciuta nel bar sabato sera (senza parlare degli stralci sanremesi di YouTube embeddati). Come a dire: anche i multichannel, gli attivisti dei social network seguono Sanremo e/o anche Facebook è ormai nazionalpopolare. Se volete un ulteriore indizio, fatevi un giro su una radio giovane e di tendenza come Deejay alle 7.30 di mattina: sentirete cantare “Amanda è libera” a squarciagola (ovviamente per dileggio, ma evidentemente anche gli ascoltatori di Radio Deejay hanno seguito il Festival).
Allora, avanti con la contro-teoria: tanti Open Minded o Reloaded erano davanti alla TV, restano nazionalpopolari nell’anima (non che ci sia qualcosa di male, per carità), e magari manifestano il proprio attivismo – tratto dominante della loro personalità, a quanto pare – tramite il televoto. I couch potato non reagiscono, anche se sono di più, e la frittata è fatta. Ecco che la qualità e la gioventù vincono, essendo i Reloaded mentalmente più freschi e culturalmente più fertili.
Neanche questa mi convince del tutto: se la storia funziona davvero così, perché Amanda arriva terza? E perché l’anno scorso “Somewhere over the Rainbow” in salsa retoricamente squallida ha rischiato di vincere?
Secondo me perché l’attivismo non è prerogativa dei soli Reloaded, o meglio, forse perché la differenza tra gli attivismi di Reloaded e non Reloaded non risiede nel “cosa” (attivarsi o meno), ma al massimo nel “come” e nel “quando”: i Reloaded, probabilmente, sono pionieristici, provano ad attivarsi su diversi canali indipendentemente da quanto si sentano sicuri nell’interazione con questi canali. I non Reloaded sono anch’essi potenzialmente attivi, almeno in parte, ma solo in contesti in cui si sentono a proprio agio (e il televoto, ormai, è quasi una commodity dei palinsesti televisivi). Provate a pensare, se eravate dei pionieri di Facebook, a quante volte vi è capitato, ricevendo una richiesta di amicizia, di pensare “ma guarda, non pensavo che tizio avesse un account Facebook”. Oppure a quante volte avete pensato “ah, quanto era meglio quando non ti trovavi una collezione di spam e ovvietà su Facebook”. La first o second majority (per dirla come Rodgers) è arrivata su Facebook, e quindi l’affinità di risposta in TV (comunque medium predominante per followers) e su Facebook aumenta esponenzialmente.
O in realtà, ed è quello che credo, non è il canale che determina il comportamento (e grazie a Dio: pensate a quanto saremmo squallidi se fosse il canale a determinare quello che facciamo…), e quindi parlare di consumatore Mobile o multicanale ha senso solo per quantificare i mercati, e non altrettanto per qualificarli.
E allora, prima di chiederci perché la gente vota Vecchioni a Sanremo, dobbiamo chiederci perché la gente vota guardando Sanremo, e quali caratteristiche di contesto (lato utente) e di creazione di contesto di fruizione (lato broadcaster) rendono maggiori le probabilità di votazione.
Dal mio sproloquio sanremese traggo l’idea che è davvero il contesto, prima ancora che l’età, la cultura, il reddito e il canale a darci una chiave interpretativa sulla natura dei comportamenti: i consumatori multicanale non è che reagiscono necessariamente in modo diverso rispetto ai non multicanale; reagiscono più o meno nella stessa misura in cui reagirebbero gli altri, solo che si trovano ad avere a che fare con un maggior numero di situazioni e contesti in cui si sentono legittimati a reagire. Se il televoto è di uso comune, piano piano l’attivismo dei pochi pionieri diventa fenomeno di costume, e anziché vincere i paladini degli attivisti iniziano a vincere figure più “condivise” dai o “rappresentative” dei vari strati (se ho ragione, Al Bano deve aspettare ancora un paio d’anni prima di tornare a trionfare). I pionieri saranno i primi a sfruttare eventuali totem interattivi in una stazione ferroviaria, ma non saranno gli unici e gli ultimi, e il fatto che siano stati i primi a muoversi ci servirà a verificare se, ragionevolmente, quegli stessi soggetti potrebbero essere i pionieri della prossima iniziativa analoga. Ma non per questo la loro risposta all’iniziativa sarà necessariamente diversa rispetto a quella delle ondate di adozione successiva. E se lo sarà, lo sarà probabilmente per questioni anagrafiche o culturali, più che di abitudine di consumo dei media. Le variabili socio-demo-psicografiche continueranno a spiegarci perché si risponde preferendo Vecchioni ad Al Bano o i Modà a Davide Van De Sfroos, ma, come ci dimostrano i report dell’Osservatorio Multicanalità, non sono più dei buoni predittori del fatto che ci sia effettivamente una risposta a un’iniziativa.
E allora? Allora, nell’analisi di mercato, analizziamo prima i contesti, poi le socio-demo-psico. E se risulta difficile comprendere la causa di un comportamento, la risposta è pronta: il consumatore si comporta così perché Sanremo è Sanremo.

Lucio Lamberti

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